martedì 6 marzo 2012

"Non compreremo prodotti del Nord": gli albergatori della costiera amalfitana in rivolta.

Gli albergatori della Costiera Amalfitana in rivolta
Altro che Unità d’Italia nell’anno delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario. Nel cuore dell’unità, Roma, capitale d’Italia in questi giorni c’è una forza di governo che di paese unito ha una concezione tutta sua. Perché mentre Napoli e la Campania soffocano tra l’immondizia, ci sono ministri di questo governo che guardano l’Italia da Roma (esclusa la capitale, con molta probabilità) in su. L’emergenza rifiuti, altro non ha mostrato, in questo momento che un altro grande problema strutturale, o meglio la volontà di alcuni: abbandonare il sud in maniera incondizionata (sui problemi)ma nello stesso tempo utilizzarlo (per far soldi).

E mentre i cumoli d’immondizia fanno brutta mostra su network e giornali nazionali ed internazionali dalla Costiera Amalfitana arriva l’ultimatum: «Se la Lega blocca il decreto per superare l’emergenza rifiuti, noi bloccheremo l’acquisto dei prodotti dell’aziende del nord per le nostre strutture alberghiere e ricettive». La provocazione giunge direttamente da Positano, uno dei luoghi simbolo del turismo in Italia. A firmarla è Gian Maria Talamo, albergatore e presidente del consorzio Positano Life Style. «Noi al sud siamo il mercato del nord. Noi al sud acquistiamo molto tra beni e servizi dalle industrie del nord. Ed ora non siamo più disposti a sopportare che la Lega impedisca l’attuazione di un decreto». Talamo non ha dubbi ed è pronto a dichiarare davvero guerra ai leghisti. Sì, perché per il presidente del consorzio Positano Life Style è «tutta colpa di Bossi e company». Ma sgombriamo subito in campo. Al momento la Costiera Amalfitana non soffre dell’emergenza rifiuti. Almeno per ora. Da tempo, ormai, l’immagine della Divina è completamente slegata da quella prettamente partenopea che sta mostrando il peggio di se a livello nazionale ed internazionale. Ma per Talamo, seppur «il problema non toccherebbe Positano e la sua immagine non possiamo tirarci fuori. C’è un disagio ed una problematica enorme che va affrontata e risolta con il contributo di tutti». Tra l’altro, ricorda Talamo: «Sappiamo benissimo che ci sono responsabilità gravissime di molte aziende del nord in questa situazione». Insomma il concetto dell’albergatore è abbastanza chiaro:«Noi siamo il primo vostro mercato, voi avete responsabilità, voi governate (ricordiamo Bossi, Maroni e Calderoli sono ministri di questo governo, ndr) ma noi dobbiamo favorire i vostri affari economici, acquistano beni e servizi per le nostre aziende». Per Talamo, dunque, «Ora basta. Che ci sia una posizione netta. Non solo dalla Costiera Amalfitana ma da tutto il sud». «Se la Lega Nord – prosegue l’albergatore di Positano – dovesse impedire l’attuazione del decreto credo che allora sarebbe doveroso da parte di tutti noi avviare una campagna di sensibilizzazione al boicottaggio totale di tutti i prodotti industriali del nord Italia. Noi albergatori tra servizio cortesia e prodotti per la prima colazione, per esempio, ne consumiamo parecchi, ma in generale il sud Italia è il mercato principale per le aziende del nord. L’unica arma che ci rimarrebbe sarebbe questa e credo che le condizioni per attuarla ci siano tutte. Il sud prima è stato terra di conquista, poi un limone da spremere, poi una discarica di tutti i rifiuti tossici e radioattivi del nord italia e ora diventa zavorra. La misura è colma. Oramai non è più una questione di destra o sinistra, è evidente che è una questione nord-sud».

da:www.dauniaduesicilie.tk

Nord: falsi invalidi ed evasori

Amedeo Francesco Mosca

A Mantova un evasore totale che da anni gestiva un parcheggio completamente abusivo: sconosciuto al Comune, sconosciuto al Catasto, sconosciuto ai Vigili del fuoco, sconosciuto all'Asl, sconosciuto al Fisco. Tra Lombardia, Piemonte e Liguria un numero di immobili fantasma che un altro po' è pari agli abitanti di Afragola. A Pavia (70mila abitanti) più falsi invalidi che a Napoli (1 milione), con le pratiche imbastite da una funzionaria dell'Asl falsa invalida lei stessa. A Cassina de' Pecchi funzionaria del comune condannata a 6 anni per avere usato i conti dell'ente come se fossero suoi personali. Dulcis in fundo, il leghista Davide Boni, presidente del consiglio regionale della Lombardia (uno che non ha mai perso occasione per andare in televisione a dire che i meridionali sono mafiosi), indagato per tangenti incassate per fare aprire centri commerciali, per almeno 1 milione di euro riversate al suo partito (il resto intascate). Ma la capitale del malaffare è Napoli e queste cose accadono solo al Sud.

Nel Bresciano ventimila «case fantasma»

L'INDAGINE. Individuate dall'Agenzia delle Entrate con le nuove tecnologie. La rendita catastale accertata di questi immobili nella nostra provincia è di oltre 16 milioni. Le costruzioni abusive proliferano non soltanto al Sud, anzi: Enna e Caltanissetta ne hanno meno di noi
06/03/2012 E-MAILPRINT


Brescia. Dal cielo, con le nuove tecnologie, sono stati individuati 2 milioni 228.143 immobili fantasma nel nostro Paese, per un totale di rendita catastale finora accertata di 817 milioni di euro e rotti. Nel Bresciano gli immobili sono 20.077, per una rendita di oltre 16 milioni.
I numeri, determinati al 31 dicembre 2011, sono stati resi noti dall'Agenzia delle Entrate, che ha ricavato la scoperta dalla sovrapposizione delle ortofoto aeree ad alta risoluzione alla cartografia catastale. Mettendo a confronto le particelle di terreno, si è verificato che comparivano costruzioni non presenti nelle mappe e nelle banche dati del Catasto. Lì è iniziato il lavoro di accertamento che è stato quasi completato: mancano solo 368mila particelle che saranno analizzate nel primo semestre del 2012. Sono stati individuati 893.675 fabbricati con rendita; 856.846 particelle non richiedevano accatastamento, mentre su 108.958 si faranno altri controlli in collaborazione con gli enti locali. La stima è un maggior gettito per l'erario di 472 milioni, 356 in Imu, 110 in Irpef, 6 di imposta di registro sui canoni di locazione.
«QUESTO straordinario risultato è stato raggiunto grazie alle innovazioni della tecnica e all'impegno profuso dal personale», commenta il direttore dell'Agenzia del Territorio Gabriella Alemanno, che ringrazia per la collaborazione gli Ordini professionali. «Gli accertamenti sono utili per l'azione di contrasto all'evasione fiscale e sono un passo significativo verso la sinergia di battaglia fra l'amministrazione centrale e le decentrate, entrambe destinatarie di tributi immobiliari», aggiunge Fabrizia Lapecorella, direttore generale delle Finanze.
IN LOMBARDIA le particelle sospette più numerose sono state scovate nel Varesotto, oltre 37mila, seguito dalla provincia di Pavia con oltre 31mila e dalla Bergamasca con quasi 27mila. Il Bresciano si piazza al quarto posto con 20.077 particelle, 8.671 con fabbricati da rendita, 8.948 da non denunciare, 543 non ancora ben visualizzate. Ne restano da approfondire 1.915. Insomma, la convinzione che le costruzioni abusive realizzate di corsa nottetempo, con i familiari riuniti per arrivare al tetto prima di mattina, siano una esclusiva del Mezzogiorno non regge più. Caltanisetta o Enna ne hanno meno di noi. Però Palermo vanta un bel 62.868 particelle spiate contro le 11.014 di Milano. Nel Salernitano, la zona di gran lunga peggiore, sono 105.228, il doppio di Napoli. Anche la capitale non scherza con 68.764, e sono 61.672 a Cosenza, 54.361 a Lecce, 50.740 a Catania. Fra le province più virtuose compaiono Sondrio con 1.675, Verbania con 1.895, Biella con 2.340, Belluno con 3.678. Mancano, uniche in Italia, le province autonome di Trento e Bolzano. Naturalmente sulle cifre assolute pesa anche la dimensione territoriale, ma questa non suona ugualmente a discolpa dei bresciani, con più fantasmi dei milanesi. E veniamo alla quantificazione valoriale che i mattoni smascherati bresciani porteranno alle agenzie preposte, senza contare gli arretrati tributari previsti dalla legge. Le abitazioni scoperte, 3.837, hanno una rendita catastale di 1.689.351 euro; i 1909 magazzini di 337.864 euro; le 3.434 autorimesse di 246.481 euro; gli immobili definiti «altri» di 14.569.505.
IN TOTALE QUELLE che sono state riscontrate come unità immobiliari con dovuta iscrizione al catasto hanno una rendita di 16.843.200 euro. Se si guarda alla rendita, quindi al valore di questi edifici nascosti per non pagare le tasse, Brescia diventa seconda nella regione, preceduta da Milano, che ha sottratto una rendita di 17.399.141. E gli «angioletti» di Sondrio sono sotto il milione, con 908.822 euro.Anche in Italia, se si considera il valore catastale, emergono altre top: Trapani con 88 milioni e mezzo, Cuneo con oltre 52 milioni, Napoli e Frosinone vicine ai 30 milioni. Gli elenchi sono stati pubblicati all'Albo pretorio dei Comuni, negli uffici provinciali e sul sito Internet dell'Agenzia.COPYRIGHT
Magda Biglia

UN ANNO DOPO FUKUSCHIMA NON UNA SOLA VITTIMA (Oscar Giannino)

L’11 marzo sarà un anno dallo tsunami che si abbatté sui tre reattori in esercizio dei sei componenti la centrale nucleare Dai-ichi a Fukushima. Mi sottraggo volentieri alla gara catastrofale alla quale assisteremo sui media italiani. Scrissi allora per primo in Italia una stima della tenuta dell’impianto, a poche ore dal sisma e dallo tsunami che provocarono 15.848 morti accertati e oltre 3.300 ancora dispersi. L’impianto, pur anziano e non tarato per eventi di quella intensità, mostrava di aver retto abbastanza bene. Me ne vennero migliaia e migliaia di mail di insulti. Eppure, a distanza di un anno, non una sola vittima si deve all’incidente nucleare. La zona di evacuazione resta di 20 chilometri di raggio, decine di operatori della Tepco (l’azienda che gestisce l’impianto, ha perso 6,2 miliardi di dollari nel 2011) hanno assorbito, nei turni per contenere i danni, radiazioni pari al massimo consentito in numerosi anni di esposizione ordinaria, l’inquinamento marino da radionuclidi resta monitorato. Purtuttavia, ripeto: non UNA sola vittima. Io non ho cambiato idea. Non me ne importa un fico che mi ridano dietro. Penso che abbiano fatto bene Stati Uniti, Francia e Cina e altri 26 paesi a non deviare dai programmi nucleari. In Italia sappiamo com’è andata, nel referendum di poche settimane successivo.

Invece, ho vinto un’altra scommessa. A Radio24, agli ascoltatori ed esperti che mi trattavano da matto indicando la lista di paesi che avevano cambiato idea dopo Fukushima, a cominciare da quella Germania che spesso cito come esempio di virtù e che comunque è l’euroleader, replicai a un certo punto che in capo a un anno avrebbero cambiato idea di nuovo. A giudicare dai giornali tedeschi, la scommessa è vinta. Angela Merkel fermò subito i sette reattori più vecchi. Per poi, a fine maggio 2011, decidere l’uscita dal nucleare nel 2022, con tanto di ratifica dei due rami del Parlamento tedesco. L’obiettivo era di coprire tale quota sia tramite ottimizzazione e riduzione dei consumi del 10 per cento entro il 2020, sia aumentando la produzione da rinnovabilli. Già a giugno 2011 Angela Merkel ha dichiarato al Bundestag che, per garantire la sicurezza energetica nel prossimo decennio, la Germania avrà bisogno di almeno 10 GW, e fino a 20 GW di capacità addizionale, il più dei quali da carbone e gas. Senonché era un conto impostato sulla mera stima della capacità di generazione aggiuntiva. In realtà è molto più salato. Perché prima le centrali atomiche germaniche erano in prossimità dei concentramenti produttivi energivori. Ora la Germania ha scoperto che occorrono altre decine di miliardi di investimento sulla rete ad alta tensione, sugli accumulatori ad alta potenza, dal nord verso il sud e da est verso ovest. Sull’ultimo Spiegel potete leggere l’acrimonia con cui gli energivori tedeschi mettono nel mirino l’uscita dal nucleare. La bolletta energetica più pesante in Europa per il “no” post-Fukushima è della Danimarca, poi viene l’Italia. Ma al terzo posto viene la Germania, con un più 16,5 per cento. ThyssenKrupp, il maggiore produttore di acciaio tedesco, ha ceduto ai finlandesi di Outukumpu siti come quello di Krefeld. E subito i finnici hanno deciso di chiudere perché il costo dell’energia tedesco non conviene oggi e tanto meno converrà domani. Per i liberali della Fdp, contrari all’uscita dall’atomo, la deindustrializzazione tedesca è solo all’inizio. «Costi e offerta energetica sono diventati il primo rischio a minare la localizzazione di industrie in Germania», dice Hans Heinrich Driftmann, presidente delle Camere dell’industria e del commercio.

In Italia il ritornello verd-ambientalista è che la Germania sia il modello da seguire per la sua leadership tecnologica nelle rinnovabili, nonché per le ricadute occupazionali. Non è così. Lo Spiegel non è una testata di destra, ma scrive che non c’è segno dell’atteso miracolo verde. Molte aziende produttrici di turbine eoliche e pannelli solari chiuderanno, ora che il governo si è convinto a ridurre del 30 per cento gli incentivi. Non è stato facile. Per mesi si sono guardati in cagnesco, il ministro dell’Ambiente Norbert Röttgen (Cdu) e quello dell’Economia Philipp Rösler (Fdp). Röttgen era contrario ai tagli dei sussidi alle rinnovabili chiesti da Rösler. Ora ha vinto il liberale, ma per mesi la Germania non ha votato a Bruxelles sulle questioni energetiche, col governo spaccato a metà. Gli impianti ormai cominciano a chiudere. A Krefeld, dicono, il costo del chilowattora è triplicato rispetto al 2010. Analoghi problemi per tutti i gruppi attivi nella lavorazione dell’alluminio, del rame, delle leghe metalliche. Il ceo di ThyssenKrupp, Heinrich Hiesinger, dice che l’obiettivo non è di tornare al nucleare ma di ancorare lo sforzo tedesco a prezzi ed eventualmente anche a sussidi europei – sussidi, la terribile parola “greca”!

Bene, allora: un’altra scommessa, nell’anniversario di Fukushima. Vediamo che cosa davvero decide la Germania, appena passate le elezioni nella primavera 2013. Solo noi sbagliamo, risbagliamo e poi risbagliamo ancora peggio, o i tedeschi ci terranno compagnia?

Davide Boni indagato per corruzione

Inchiesta su tangenti al Comune di Cassano D'Adda. Avviso di garanzia anche per il portavoce Ghezzi

Il presidente del Consiglio regionale della Lombardia Davide Boni (Lega) è indagato per corruzione nell'ambito di un'inchiesta del procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo e del sostituto Paolo Filippini su alcuni centri commerciali, in relazione a un filone di indagine nato dall'inchiesta su tangenti per concessione di aree edificabili nel Comune di Cassano D'Adda, inchiesta che aveva portato all'arresto dell'allora sindaco Edoardo Sala. Boni è indagato insieme al suo portavoce Dario Ghezzi e all'immobiliarista Luigi Zunino, ex numero uno di Risanamento. Zunino sarebbe stato beneficiario di alcuni interventi compiuti sul piano regolatore di Cassano d'Adda. C'è anche una quarta persona indagata, della quale non è stato rivelato il nome perché la perquisizione a suo carico non è ancora cominciata. I fatti risalgono al periodo tra il 2005 e il 2010, quando Boni era assessore regionale all'Edilizia e al territorio. Boni ha guidato l'assessorato tra il 2005 e il 2010, prima di andare a ricoprire la presidenza del Consiglio regionale. La Guardia di finanza, su ordine del procuratore aggiunto Robledo e del pm Paolo Filippini, ha perquisito l'ufficio di Boni in Regione Lombardia.
«ESTRANEO AI FATTI» - La notizia dell'indagine per corruzione ha raggiunto il Pirellone durante la seduta dell'Aula, poco prima della pausa pranzo. Il Consiglio stava discutendo della nuova legge sull'edilizia, ma ovviamente in pochi minuti le accuse a Boni sono diventate l'argomento di conversazione alla buvette. «Confermo che in data odierna mi è stata notificata un’informazione di garanzia, contestualmente ad una perquisizione degli uffici della mia segreteria. In relazione ai fatti oggi contestati anticipo fin ora la mia totale estraneità», ha dichiarato l'interessato. «Confermo la mia piena disponibilità a chiarire la mia posizione e la mia estraneità, con gli organi inquirenti, in modo da poter fare piena luce nella vicenda nei tempi più rapidi possibili», ha aggiunto.

L'ARCHITETTO UGLIOLA - Da quanto si è appreso, Davide Boni è stato indagato perché chiamato in causa dall'architetto Michele Ugliola, inquisito per le tangenti al Comune di Cassano D'Adda. Quello di Ugliola è un nome ricorrente nelle inchieste per corruzione fin dai tempi di Mani Pulite. Ugliola aveva parlato di Boni e di un suo collaboratore l'estate scorsa e il verbale era stato secretato dai pm per compiere accertamenti al fine di riscontrare le accuse. Voci e indiscrezioni su Boni indagato circolavano da tempo nei palazzi del potere a Milano. A metà novembre il difensore Federico Cecconi chiedeva formalmente alla procura se il suo assistito fosse indagato. Non riceveva risposta perché nei primi 90 giorni la notizia può essere tenuta riservata. Le perquisizioni in corso sono state decise perché ormai la procura era vicina alla richiesta di proroga delle indagini che sarà inoltrata al gip nei prossimi giorni.

LA CARRIERA - Davide Boni, 49 anni, ha alle spalle una lunga militanza nella Lega. E' stato capogruppo del Carroccio nel Consiglio provinciale di Mantova, consigliere comunale a Borgoforte e quindi presidente della Provincia di Mantova, dal 1993 al 1997. Eletto nell’aprile 2000 Consigliere regionale per la circoscrizione di Milano, è stato presidente del gruppo consiliare «Lega Lombarda - Lega Nord – Padania» e componente delle Commissioni consiliari Affari istituzionali e Programmazione e bilancio. Rieletto nell'assemblea regionale nel 2005, ha rivestito l’incarico di Assessore al Territorio e Urbanistica per l’intera legislatura. Riconfermato consigliere per la terza volta nel 2010, dall'11 maggio dello stesso anno è il Presidente del Consiglio regionale della Lombardia. L'«operazione trasparenza» ha rivelato che nel 2009 Boni ha dichiarato 212 mila euro e rotti di imponibile, più di Formigoni (188.389) ma meno di Stefano Zamponi, capogruppo Idv.

Giuseppe Guastella

Laureati, ora il lavoro è un miraggio

"Dal 2008 raddoppiati i disoccupati"
Negli ultimi quattro anni le percentuale dei laureati senza lavoro è passata dal 10,8 per cento al 19,6 per cento. Cresce la precarietà e diminuisce ancora il potere d'acquisto degli stipendi. I risultati dell'indagine di AlmaLaurea che ha coinvolto 400 mila profili usciti dagli atenei italiani
di FEDERICO PACE


Da diritto a chimera. Il lavoro si allontana sempre di più dall'orizzonte delle prospettive dei giovani italiani. Tanto che un'occupazione, anche per chi consegue una laurea, è divenuta un'esperienza fuggitiva al pari di un miraggio. Un riverbero più lontano, quasi un'illusione o un'isola che non c'è. Ancor più di quanto non sia stato già negli anni scorsi.

Oggi il 19,6 per cento dei laureati che hanno concluso il ciclo del 3+2 non hanno ancora un lavoro dopo dodici mesi dall'avere conseguito il titolo di studio. Nel 2008 erano il 10,8 per cento. In quattro anni la disoccupazione per loro è ora praticamente raddoppiata. Condividono lo stesso destino anche i ragazzi e le ragazze che chiudono gli studi dopo il triennio. Dal 2008 al 2011, è raddoppiato anche il loro tasso di disoccupazione: dall'11,2 per cento al 19,4 per cento (vedi la tabella http://miojob. repubblica. it/notizie-e-servizi/dossier/dettaglio/laureati-e-la-crisi/3728717).

I dati li ha presentati questa mattina AlmaLaurea a Roma, presso la sede della Crui, in occasione della pubblicazione del quattordicesimo Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. L'indagine quest'anno ha coinvolto circa 400mila laureati dei 57 atenei aderenti al consorzio interuniversitario.

Difficile non inserire i destini dei laureati nell'ambito più ampio delle difficoltà sofferte dai giovani nell'accedere al mercato del lavoro. Da noi, è ormai noto, il 31 per cento degli under 25 non ha un impiego. In Germania, forse questo è meno noto, sono appena il 7,9 per cento. Se si vuole davvero fare qualcosa per loro, non c'è molto tempo da perdere. Anche questo è uno "spread" che va ridotto al più presto.

Poco utilizzati da noi, molto di più altrove. Tacciati spesso di essere impreparati per la vita d'azienda, i laureati italiani trovano con sempre maggiore frequenza impieghi di alto profilo nelle imprese al di fuori dei confini nazionali. Sismologi, esperti di marketing e persino ingegneri. Nel 2011 in Italia la domanda di laureati delle imprese è stata pari solo al 12,5 per cento di tutte le assunzioni previste (vedi quali figure vengono richieste http://miojob. repubblica. it/notizie-e-servizi/dossier/dettaglio/laureati-e-lavoro/3726892). Negli USA, secondo le stime del decennio 2008-2018, la richiesta dei laureati è pari al 31% del complesso delle nuove assunzioni.
Disparità territoriali. Frammentata e diversa da se stessa, l'Italia del lavoro mostra situazioni sempre più polarizzate. Il nord sempre più a nord, il sud sempre più a sud. Se nel 2008 il tasso di occupazione dei residenti delle regioni del nord superava di 13,5 punti percentuali quello dei loro coetanei del Mezzogiorno, oggi il differenziale è salito ancora fino a raggiungere il 17 per cento.

La stabilità mai trovata. La strada che porta al lavoro, a ogni modo, è sempre più tortuosa in tutte le città e molti laureati italiani continuano a fare esperienze molto lontane dal "posto fisso". Tanto che molti di loro non l'hanno neppure sperimentato mai e forse non avranno la possibilità di valutare personalmente se sia un'esperienza "noiosa" o meno.

Nel 2011, dice AlmaLaurea, solo il 34 per cento dei laureati specialisti ha potuto siglare un contratto a tempo indeterminato. Molti di più sono invece quelli che continuano a misurarsi, senza avere alcuna possibilità di scelta, con contratti collaborazione, missioni "in affitto" e lavoro nero dove di contratto non se ne vede neppure l'ombra.
Il nodo delle paghe. Il potere d'acquisto degli stipendi è, insieme alla stabilità di un impiego, l'altra variabile cruciale che rende evidente, in maniera plastica, quanto stia diventando sempre più complesso per i giovani entrare nella società in maniera attiva.

In quattro anni, dice il rapporto del consorzio interuniversitario, lo stipendio netto di un laureato specialistico in termini reali è diminuito del 13 per cento. Nel 2011 lo stipendio netto, a un anno dalla laurea, arriva a mala pena sopra i mille euro (vedi la tabella http://miojob. repubblica. it/notizie-e-servizi/dossier/dettaglio/i-laureati-e-la-crisi-2/3728718).

In questa complessiva regressione si registra, anche nel campo delle retribuzioni, un'ulteriore peggioramento delle disparità tra i due poli del Paese che, durante gli anni della crisi, sembrano essersi allontanati ancora di più. Se nel 2009 un laureato impiegato in un'impresa del nord guadagnava l'8,2 per cento in più di chi lavorava al sud, nel 2011 il differenziale è arrivato al 16,9 per cento rendendo difficile giustificare una situazione del genere anche a chi è convinto che siano sufficienti i differenti costi della vita a spiegare un fenomeno del genere. E le disparità permangono anche tra uomini e donne (vedi tabella http://miojob. repubblica. it/notizie-e-servizi/dossier/dettaglio/i-laureati-e-la-crisi-3/3728719)

L'importanza dei laureati. Il ruolo chiave che i laureati rivestono, molto più che da noi, nelle nazioni con ingenti investimenti nello sviluppo e nelle ricerca indicano la strada da seguire se si vuole venire fuori dalla crisi. "L'evoluzione della quota di occupati nelle professioni più qualificate - scrivono gli autori dell'indagine - evidenzia criticità, di natura sia strutturale sia congiunturale, queste ultime particolarmente preoccupanti". Tanto che, "tra il 2004 e il 2008, quindi negli anni precedenti alla crisi, tranne che in una breve fase di crescita moderata, l'Italia ha fatto segnare una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, in controtendenza rispetto al complesso dei paesi dell'Unione Europea".

Senza attendere e con investimenti. Per Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea, non si deve aspettare oltre e si deve intervenire al più presto: "Sarebbe un errore imperdonabile sottovalutare o tardare ad affrontare in modo deciso le questioni della condizione giovanile e della valorizzazione del capitale umano". Servono investimenti in istruzione, ricerca e sviluppo e, spiega Cammelli, "i criteri meritocratici di attribuzione dei fondi potranno contribuire a migliorare l'efficacia interna ed esterna del sistema universitario a condizione che i fabbisogni minimi e complessivi di risorse siano determinati secondo i parametri internazionali relativi al costo della didattica e della ricerca".

lunedì 5 marzo 2012

E' nata prima la mafia o l'Unità d'Italia?

Prima dell’Unità d’Italia esisteva la Mafia? Saviano, durante la trasmissione "Vieni via con me" andata in onda su Rai 3 lo scorso anno, ha narrato la leggenda dei tre cavalieri: Ossso, Mastrosso e Carcagnosso, ma questa è appunto una leggenda!

Partiamo dalle parole del giudice Rocco Chinnici che, negli anni '80, durante un' intervista affermò:
“prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente, premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”.
Parole, queste, pronunciate da una persona che aveva studiato il fenomeno mafioso e che la sapeva lunga sull’argomento, molto più di tanti storici che se ne sono occupati.
Ma anche parole pesanti, difficilmente comprensibili per i ben pensanti.

Facciamo adesso un passo indietro di qualche secolo, e precisamente al tempo dei Promessi Sposi.
Manzoni nel suo romanzo descrive i personaggi di Don Rodrigo, i Bravi: il Griso e il Nibbio, il conte Attilio e soprattutto l’Innominato, storicamente identificabile in Francesco Bernardino Visconti, ricco feudatario e capo di una squadra di bravacci che commetteva ogni sorta di delitti. Ma i Promessi Sposi, prima ancora di essere la storia di due giovani amanti, è un romanzo storico e come tale ritrae la società del tempo, nella fattispecie quella milanese del 1600, i cui personaggi potrebbero tranquillamente essere accomunati agli attuali boss, picciotti o al potente colluso che per ottenere favori utilizza qualsiasi mezzo.

Tornando ai fatti risorgimentali ormai è nota l’alleanza tra Garibaldi e i picciotti siciliani, l’eccidio di Bronte ne è l’esempio più lampante, e lo stesso “eroe dei due mondi” scrive nel suo diario: “E Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta, 11 maggio 1860", ma anche la decisione dei piemontesi di “istituzionalizzare” la Camorra a Napoli dandogli la gestione dell’ordine pubblico. L’artefice di tale scelleratezza fu il Prefetto Liborio Romano che scrisse a Salvatore de Crescenzo, esponente della camorra: “redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine. In cambio, i camorristi irregimentati avrebbero goduto di amnistia incondizionata e stipendio governativo”. Famose poi furono le parole del deputato repubblicano, Napoleone Colajanni, che nel 1900 affermò al Parlamento: “Per combattere e distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di essere il re della mafia”.

E il dubbio sorge anche se si cita un altro protagonista indiscusso nella formazione sia dell’Unità che della Mafia: la Massoneria.
Molti fonti storiche ormai sono concordi col fatto che l’impresa dei “mille” fu decisa a tavolino dalla massoneria, escludendo la partecipazione del popolo. Il film “Noi credevamo” di Mario Martone mette proprio in evidenza tale aspetto, mentre, è accertato da sempre che Mafia e massoneria rappresentano quasi la stessa cosa.
Dunque il dubbio si infittisce e le domande si moltiplicano alquanto.

Per onestà intellettuale non sarebbe corretto far partire la storia della criminalità organizzata dall’Unità d’Italia, in quanto già esistevano germi di prepotenze e piccole organizzazioni di derivazione feudale.
Forse ciò che non è accettabile e che la storiografia sta facendo venire a galla è il fatto che tali germi siano stati innaffiati dal dopo-Unità, tanto da far nascere l’albero chiamato Mafia.
Se gli statisti di allora non avessero fatto questa scelta immonda, forse la storia del nostro Paese sarebbe stata molto diversa.

di VALERIO RIZZO