Coinvolte aziende di Padova, Treviso, Venezia, Vicenza,
Verona e Rovigo: «Niente contributi, poi dividevamo gli utili»
Molti degli imprenditori veneti che oggi figurano come vittime di minacce ed estorsioni da parte clan dei casalesi potrebbero essere stati complici in numerose truffe ed evasioni fiscali insieme al gruppo criminale che prestava loro denaro per evitare il fallimento.
A raccontarlo agli inquirenti è stato Mario Crisci, il trentaquattrenne napoletano ritenuto il capo della presunta associazione per delinquere di stampo mafioso sgominata lo scorso anno dalla Direzione investigativa antimafia di Padova con l’arresto di 27 persone, accusate di usura, estorsione, sequestro di persona, lesioni, danneggiamento, ai danni di oltre 50 piccoli imprenditori, artigiani ed esercenti della Riviera del Brenta, Padova, Vicenza, Rovigo, Verona e Treviso. Nel corso di un interrogatorio sostenuto davanti al pm Roberto Terzo, Crisci ha dichiarato che molti di loro, pur di ottenere in prestito il denaro necessario per proseguire la propria attività in difficoltà, avevano accettato il "piano" dal gruppo criminale: ovvero la loro azienda avrebbe smesso di pagare imposte, contributi previdenziali e gran parte dei fornitori, impegnandosi a fine anno, a consegnare alla "banda" un terzo del guadagno.
Se le circostanze fossero confermate, per questi imprenditori si prospetta un’inchiesta penale per gravi reati: il pm Terzo trasmetterà gli atti alle procure competenti per accertare se e quali illeciti siano stati commessi.
Nel frattempo il magistrato veneziano ha chiesto il rinvio a giudizio e Crisci e di altre 26 persone, gran parte di origine campana (ma anche 5 padovani, 3 veronesi, 2 vicentini e un rodigino), con l’accusa di associazione per delinquere: l’udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 9 marzo davanti al gup Giuliana Galasso. Gli episodi di usura ed estorsione sarebbero stati commessi in tutta la regione tra il 2009 e l’aprile del 2011.
L’attività illecita si sarebbe svolto dietro il paravento della Aspide srl, società con sedi a Padova e nel Trevigiano, ufficialmente specializzata in security e recupero credito, che si sarebbe occupata principalmente di prestiti a tassi usurai. Minacce e indimidazioni erano all’ordine del giorno per riscuotere le rate non versate o in ritardo e per ottenere la restituzione del capitale, come confermato da numerosi imprenditori ascoltati in qualità di testimoni.
Ma, stando a Crisci, molti di loro non sarebbero vittime inconsapevoli: per salvare la propria azienda avrebbero accettato di commettere gravi illeciti penali. Ora spetta ai magistrati verificare questa ipotesi che getta una luce inquietante su molte piccole imprese della regione.
martedì 14 febbraio 2012
Imprenditori veneti complici dei casalesi: «Evasioni fiscali e truffe con la camorra»
lunedì 13 febbraio 2012
GIUSEPPE TARDIO: l'avvocato brigante
Con l'unità d'Italia, le carceri di Favignana continuarono ad ospitare oppositori politici, ma stavolta del nuovo regime: i briganti, ovvero, uomini che avevano creduto e lottato per un'Italia migliore che la monarchia sabauda non seppe dare. Ci furono tasse fino allora sconosciute e il servizio militare obbligatorio. In questo clima, nacque una reazione, una resistenza contadina all'unità italiana, che sfociò in quel movimento di protesta sociale definito - dagli storici detrattori del Meridione - "brigantaggio". I piemontesi, che non conoscevano affatto l'Italia inferiore - come la chiamavano - si aspettavano di essere accolti con tarallucci, tarantelle, fiori e fanfare, ma furono invece accolti da fucilate che forse nessuno aveva loro preannunciato; per farsi "rispettare" ricorsero a quella che lo scrittore-giornalista Salvatore Scarpino chiama "la pedagogia del plotone d'esecuzione".
Furono molte le bande di rivoltosi antiunitari che agirono al Sud, alcune col chiaro obiettivo di riportare Francesco II sul trono di Napoli. Nel Cilento ci furono diverse bande, ma la più importante fu quella di Giuseppe Tardio "l'avvocato - brigante", il cui nome resterà indelebilmente legato all'isola di Favignana.
Giuseppe Tardio, "intelligente ed inafferrabile condottiero dei contadini-briganti", era primo di quattro fratelli ed aveva studiato con sacrifici presso il Reale Liceo di Salerno, laureandosi nel 1858 - a 24 anni - in Legge con il massimo dei voti. Di sentimenti liberali, il giovane legale di origine contadina, dopo aver visto il gattopardismo e gli antichi padroni che, mutato regime politico, erano rimasti a galla per continuare a spadroneggiare, passò con i filoborbonici dopo essere stato addirittura ispettore della Polizia Generale ed essere stato anche in prigione per aver partecipato, qualche tempo prima ad una manifestazione a Salerno a favore di Vittorio Emanuele II.
Il 18 settembre del 1861, con 32 uomini, partì dal porto di Civitavecchia e nella notte tra il 21 e il 22 settembre sbarcò ad Agropoli, dove compì numerose azioni di rivolta antiunitaria in numerosi paesi del Cilento: Centola, Foria, Camerata, Butani, Celle Bulgheria, Novi Velia, Vallo della Lucania, spesso accolto con simpatia da parte della popolazione, mentre la sua soldatesca andava sempre più ingrossandosi. Al comune di Camerata, ad esempio, nel luglio del 1862 i suoi militanti abbatterono gli stemmi reali, frantumarono il busto di Vittorio Emanuele II, lacerarono una litografia di Garibaldi e strapparono tutte le carte affisse ai muri; tutto questo mentre due giovani sorelle, Anna Teresa e Filomena Castelluccio, rispettivamente di 24 e 22 anni, calpestavano i resti del busto del sovrano savoiardo gridando con rabbia: "ancora esisti?" e poi andarono incontro ai pochi liberali del paese gridando loro: "avete finito di fottere". Nel suo primo "Proclama ai popoli delle due Sicilie" pubblicato a Butani il 3 luglio 1862, a cui seguì più tardi il proclama di Campora, Giuseppe Tardio - che si qualificò come "Il Capitano Comandante l'armi Borboniche" - scriveva: "Cittadini, il fazioso dispotismo del subalpino regime nel conquistare il Regno vi sedusse con proclami fallaci. Amari frutti ne avete raccolti. Riducendo queste belle contrade a provincia, angariandovi di tributi, apportandovi miseria e desolazione. Inaugurando il diritto alla fucilazione a ragione di Stato (del re Galantuomo!). I più arditi è ormai da un anno da che brandirono le armi, e l'ora di fare l'ultimo sforzo è suonata. Non tardate punto ad armarvi, e schieratevi sotto il vessillo del legittimo Sovrano Francesco II, unico simbolo e baluardo dei diritti dell'uomo e del cittadino; nonché della prosperità commerciale e ricchezze dei popoli. Esiterete voi ad affrontare impavidi gli armati Piemontesi, onde costringerli a valicare il Liri?".
E proprio a Campora, egli preparò nella notte tra il 3 e 4 giugno 1863, un altro "Proclama ai popoli delle due Sicilie:" Cittadini, Voi che destinati foste dalla Provvidenza, a godere le delizie, che la natura, le scienze e le arti hanno profuso a dovizia in questa parte Meridionale d'Italia, seconda valle dell'Eden. Ma da quasi un triennio di duro, tirannico e fazioso dispotico regime subalpino, vi ha ridotto alla triste condizione dei barbari del settentrione del Medio evo, riducendo queste contrade alla triste condizione di Provincia, disprezzando i vostri sinceri e pietosi atti di religione, angariandovi di tributi …Insorgete a un grido e accorrete a schierarvi sotto il vessillo del vostro Augusto e Legittimo Sovrano Francesco II, quale unico simbolo e baluardo pel rispetto della Religione, della sicurezza personale, dell'inviolabilità della libertà, della proprietà, del domicilio e della pace e dell'onore delle famiglie, nonché della proprietà commerciale e ricchezze dei popoli - Unico sia il vostro grido: viva Francesco II, l'indipendenza e autonomia delle Due Sicilie!".
Con la presa di Roma del 20 settembre 1870, la libertà di Tardio e di altri rifugiati politici, cominciò a correre seri pericoli. E fu infatti, proprio un suo paesano - Nicola Mazzei (che faceva il bersagliere a Roma) a denunziarlo e a farlo arrestare per ben due volte, dopo che lo stesso Tardio era sfuggito la prima volta con uno stratagemma. Egli fu arrestato insieme a Pietro Rubano, anch'egli di Piaggine, unitosi a lui nel dicembre del 1861, dopo aver fatto parte della banda di Carmine Crocco Donatelli. Tardio e Rubano furono tradotti nel carcere di Roma, messi a disposizione del Tribunale di Vallo della Lucania e successivamente trasferiti nel Carcere di Salerno.
Fu istituito il processo e Tardio nominò suo difensore l'avvocato Carmine Zottoli, del foro di Salerno e famoso difensore di "briganti".
Il 24 maggio 1871 egli produsse una sua memoria difensiva, nella quale rispondeva per iscritto sui capi d'accusa: "Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata".
Il 23 giugno 1892, dopo una serie di ricorsi e dopo essere stato trasferito a scontare la sua pena (prima la condanna a morte, poi trasformata in lavori forzati a vita) nel terribile carcere dell'isola di Favignana - dove i Borboni avevano rinchiuso i loro avversari liberali e dove rimase segregato per 22 anni - Giuseppe Tardio, l'avvocato-brigante, si spense all'età di 58anni, avvelenato da una donna per paura, pare, che facesse delle rivelazioni.
Furono molte le bande di rivoltosi antiunitari che agirono al Sud, alcune col chiaro obiettivo di riportare Francesco II sul trono di Napoli. Nel Cilento ci furono diverse bande, ma la più importante fu quella di Giuseppe Tardio "l'avvocato - brigante", il cui nome resterà indelebilmente legato all'isola di Favignana.
Giuseppe Tardio, "intelligente ed inafferrabile condottiero dei contadini-briganti", era primo di quattro fratelli ed aveva studiato con sacrifici presso il Reale Liceo di Salerno, laureandosi nel 1858 - a 24 anni - in Legge con il massimo dei voti. Di sentimenti liberali, il giovane legale di origine contadina, dopo aver visto il gattopardismo e gli antichi padroni che, mutato regime politico, erano rimasti a galla per continuare a spadroneggiare, passò con i filoborbonici dopo essere stato addirittura ispettore della Polizia Generale ed essere stato anche in prigione per aver partecipato, qualche tempo prima ad una manifestazione a Salerno a favore di Vittorio Emanuele II.
Il 18 settembre del 1861, con 32 uomini, partì dal porto di Civitavecchia e nella notte tra il 21 e il 22 settembre sbarcò ad Agropoli, dove compì numerose azioni di rivolta antiunitaria in numerosi paesi del Cilento: Centola, Foria, Camerata, Butani, Celle Bulgheria, Novi Velia, Vallo della Lucania, spesso accolto con simpatia da parte della popolazione, mentre la sua soldatesca andava sempre più ingrossandosi. Al comune di Camerata, ad esempio, nel luglio del 1862 i suoi militanti abbatterono gli stemmi reali, frantumarono il busto di Vittorio Emanuele II, lacerarono una litografia di Garibaldi e strapparono tutte le carte affisse ai muri; tutto questo mentre due giovani sorelle, Anna Teresa e Filomena Castelluccio, rispettivamente di 24 e 22 anni, calpestavano i resti del busto del sovrano savoiardo gridando con rabbia: "ancora esisti?" e poi andarono incontro ai pochi liberali del paese gridando loro: "avete finito di fottere". Nel suo primo "Proclama ai popoli delle due Sicilie" pubblicato a Butani il 3 luglio 1862, a cui seguì più tardi il proclama di Campora, Giuseppe Tardio - che si qualificò come "Il Capitano Comandante l'armi Borboniche" - scriveva: "Cittadini, il fazioso dispotismo del subalpino regime nel conquistare il Regno vi sedusse con proclami fallaci. Amari frutti ne avete raccolti. Riducendo queste belle contrade a provincia, angariandovi di tributi, apportandovi miseria e desolazione. Inaugurando il diritto alla fucilazione a ragione di Stato (del re Galantuomo!). I più arditi è ormai da un anno da che brandirono le armi, e l'ora di fare l'ultimo sforzo è suonata. Non tardate punto ad armarvi, e schieratevi sotto il vessillo del legittimo Sovrano Francesco II, unico simbolo e baluardo dei diritti dell'uomo e del cittadino; nonché della prosperità commerciale e ricchezze dei popoli. Esiterete voi ad affrontare impavidi gli armati Piemontesi, onde costringerli a valicare il Liri?".
E proprio a Campora, egli preparò nella notte tra il 3 e 4 giugno 1863, un altro "Proclama ai popoli delle due Sicilie:" Cittadini, Voi che destinati foste dalla Provvidenza, a godere le delizie, che la natura, le scienze e le arti hanno profuso a dovizia in questa parte Meridionale d'Italia, seconda valle dell'Eden. Ma da quasi un triennio di duro, tirannico e fazioso dispotico regime subalpino, vi ha ridotto alla triste condizione dei barbari del settentrione del Medio evo, riducendo queste contrade alla triste condizione di Provincia, disprezzando i vostri sinceri e pietosi atti di religione, angariandovi di tributi …Insorgete a un grido e accorrete a schierarvi sotto il vessillo del vostro Augusto e Legittimo Sovrano Francesco II, quale unico simbolo e baluardo pel rispetto della Religione, della sicurezza personale, dell'inviolabilità della libertà, della proprietà, del domicilio e della pace e dell'onore delle famiglie, nonché della proprietà commerciale e ricchezze dei popoli - Unico sia il vostro grido: viva Francesco II, l'indipendenza e autonomia delle Due Sicilie!".
Con la presa di Roma del 20 settembre 1870, la libertà di Tardio e di altri rifugiati politici, cominciò a correre seri pericoli. E fu infatti, proprio un suo paesano - Nicola Mazzei (che faceva il bersagliere a Roma) a denunziarlo e a farlo arrestare per ben due volte, dopo che lo stesso Tardio era sfuggito la prima volta con uno stratagemma. Egli fu arrestato insieme a Pietro Rubano, anch'egli di Piaggine, unitosi a lui nel dicembre del 1861, dopo aver fatto parte della banda di Carmine Crocco Donatelli. Tardio e Rubano furono tradotti nel carcere di Roma, messi a disposizione del Tribunale di Vallo della Lucania e successivamente trasferiti nel Carcere di Salerno.
Fu istituito il processo e Tardio nominò suo difensore l'avvocato Carmine Zottoli, del foro di Salerno e famoso difensore di "briganti".
Il 24 maggio 1871 egli produsse una sua memoria difensiva, nella quale rispondeva per iscritto sui capi d'accusa: "Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata".
Il 23 giugno 1892, dopo una serie di ricorsi e dopo essere stato trasferito a scontare la sua pena (prima la condanna a morte, poi trasformata in lavori forzati a vita) nel terribile carcere dell'isola di Favignana - dove i Borboni avevano rinchiuso i loro avversari liberali e dove rimase segregato per 22 anni - Giuseppe Tardio, l'avvocato-brigante, si spense all'età di 58anni, avvelenato da una donna per paura, pare, che facesse delle rivelazioni.
domenica 12 febbraio 2012
Il brigante Crocco secondo Rai Fiction
A volere essere ottimisti (almeno un poco), allo sceneggiato di RaiUno sul brigante Carmine Crocco, un elemento positivo, occorre riconoscerglielo: che si parla di vicende e di circostanze che gli storici del Risorgimento hanno accuratamente nascosto, annegandole nelle pieghe della loro retorica. Il fatto di proporre una fiction sulla reazione che borghesi contadini misero in atto per opporsi all’invasione piemontese e alla costruzione di un’Italia che li escludeva a priori è già un piccolo risultato positivo. Certo, come pretendere che il copione fosse anche rispettoso della biografia personale di Crocco? Che gli episodi citati proponessero fatti davvero accaduti? E che il complesso intreccio politico (che determinò il crollo del Regno delle Due Sicilie) trovasse spiegazioni plausibili?
Troppo per gli sceneggiatori di RaiUno che – chissà, se in buona o cattiva fede – se la sono cavata inanellando una serie di scene buone per una pièce teatrale. L’amore romantico e l’amore tradito; il figlio prepotente e la figlia romanticamente devota; la fedeltà e il tradimento; la forza bruta e la forza intelligente; gli assalti con la pistola e i duelli rusticani.
Impossibile, per gli sceneggiatori di RaiUno, sfuggire ai luoghi comuni. Il Garibaldi che combatte in prima linea. Anzi “davanti a tutti”. E Francesco II – “lasagna” – che vive in un mondo idilliaco, senza coscienza di ciò che sta accadendo e senza la consapevolezza di essere arrivato al capolinea.
Ignobile che la regina di Borbone – eroina sugli spalti di Gaeta – venga trattata come una “velina” che, con il suo regno sull’orlo del precipizio, sembra preoccuparsi soltanto della foto ufficiale da scattare con il marito.
Il clima in cui matura il brigantaggio è un falso storico significativo. In quel periodo, non mancavano i fuorilegge che campavano di delitti e di furti. Ce n’erano nel Meridione, a Roma, in Veneto e a Torino. Si trattava di piccoli gruppi, a volte anche soltanto individui isolati, che tiravano a campare taglieggiando chi veniva loro a tiro.
Niente a che vedere con il “brigantaggio” post unitario che è stato una rivolta di popolo di proporzioni gigantesche: 450 bande con 150 mila uomini che, strenuamente, hanno difeso la loro terra e la loro patria.
Lo sceneggiato presenta una banda che c’era già prima dell’impresa dei Mille e li descrivono come inconsapevoli di ciò che stava accadendo, interessati soltanto ai forzieri da derubare.
Che si trattasse di partigiani – sì…! partigiani – che non accettavano l’invasione e gli invasori… che volevano la libertà ma non quella imposta da Torino… e che credevano di poter decidere del proprio futuro e della propria terra…questo, gli storici fanno proprio fatica a comprenderlo (e infatti non c’è verso di farglielo comprendere). Opportunamente, nell’ultimo fotogramma dello sceneggiato un’avvertenza: che si tratta di un lavoro, frutto di fantasia, “liberamente ispirato da vicende storicamente accadute”. Come dire che la fiction è finta.
LORENZO DEL BOCA.
Troppo per gli sceneggiatori di RaiUno che – chissà, se in buona o cattiva fede – se la sono cavata inanellando una serie di scene buone per una pièce teatrale. L’amore romantico e l’amore tradito; il figlio prepotente e la figlia romanticamente devota; la fedeltà e il tradimento; la forza bruta e la forza intelligente; gli assalti con la pistola e i duelli rusticani.
Impossibile, per gli sceneggiatori di RaiUno, sfuggire ai luoghi comuni. Il Garibaldi che combatte in prima linea. Anzi “davanti a tutti”. E Francesco II – “lasagna” – che vive in un mondo idilliaco, senza coscienza di ciò che sta accadendo e senza la consapevolezza di essere arrivato al capolinea.
Ignobile che la regina di Borbone – eroina sugli spalti di Gaeta – venga trattata come una “velina” che, con il suo regno sull’orlo del precipizio, sembra preoccuparsi soltanto della foto ufficiale da scattare con il marito.
Il clima in cui matura il brigantaggio è un falso storico significativo. In quel periodo, non mancavano i fuorilegge che campavano di delitti e di furti. Ce n’erano nel Meridione, a Roma, in Veneto e a Torino. Si trattava di piccoli gruppi, a volte anche soltanto individui isolati, che tiravano a campare taglieggiando chi veniva loro a tiro.
Niente a che vedere con il “brigantaggio” post unitario che è stato una rivolta di popolo di proporzioni gigantesche: 450 bande con 150 mila uomini che, strenuamente, hanno difeso la loro terra e la loro patria.
Lo sceneggiato presenta una banda che c’era già prima dell’impresa dei Mille e li descrivono come inconsapevoli di ciò che stava accadendo, interessati soltanto ai forzieri da derubare.
Che si trattasse di partigiani – sì…! partigiani – che non accettavano l’invasione e gli invasori… che volevano la libertà ma non quella imposta da Torino… e che credevano di poter decidere del proprio futuro e della propria terra…questo, gli storici fanno proprio fatica a comprenderlo (e infatti non c’è verso di farglielo comprendere). Opportunamente, nell’ultimo fotogramma dello sceneggiato un’avvertenza: che si tratta di un lavoro, frutto di fantasia, “liberamente ispirato da vicende storicamente accadute”. Come dire che la fiction è finta.
LORENZO DEL BOCA.
sabato 11 febbraio 2012
ROBA DA LEGA: LA STRANA CARRIERA DI STEFANIA VILLANOVA
RoLa moglie di Tosi, Stefania Villanova, venne promossa da impiegata della Regione Veneto (stipendio €.25.000 annui) a capo della segreteria dell'assessorato alla Sanità (stipendio 70.000 euro l'anno) appena suo marito diventò sindaco di Verona.
Guarda caso Tosi prima era assessore alla regione, dove Stefania l'ha conosciuto. Al momento della promozione era diventato assessore alla Sanità un rappresentante della Lega: Francesca Martini. E anche ora l'assessore che ha confermato Stefania come capo della segreteria è un altro leghista (Luca Coletto).
Il Sindaco di Verona minaccia querele ai quotidiani che hanno diffuso tale notizia ,Il Messaggero e Il Mattino, sostenendo che tutto ciò avvenne "per puro caso" e che fu un normale avanzamento di carriera.
Guarda caso Tosi prima era assessore alla regione, dove Stefania l'ha conosciuto. Al momento della promozione era diventato assessore alla Sanità un rappresentante della Lega: Francesca Martini. E anche ora l'assessore che ha confermato Stefania come capo della segreteria è un altro leghista (Luca Coletto).
Il Sindaco di Verona minaccia querele ai quotidiani che hanno diffuso tale notizia ,Il Messaggero e Il Mattino, sostenendo che tutto ciò avvenne "per puro caso" e che fu un normale avanzamento di carriera.
Nuovo crollo alla Reggia di Carditello
Un altro pezzo della Reggia di Carditello è perso. Il tetto dell’ala all’estremo margine sinistro è franato stanotte, certamente per le piogge che si stanno abbattendo sulla Tenuta di caccia abbandonata, ma che, come nel caso di Pompei, danno solo spallate terminali a condizioni di manutenzione assente.
La Real Tenuta borbonica muore lentamente e silenziosamente nella totale indifferenza delle istituzioni, dal Ministero per i beni e le attività culturali alla Regione Campania, dal Consorzio generale di bonifica del basso Volturno alla Soprintendenza ai beni storici, artistici e culturali della provincia di Caserta. E anche dell’opinione pubblica ormai assuefatta al degrado avanzante su tutto il territorio.
La Reggia di Venaria Reale alle porte di Torino era nelle stesse condizioni negli anni Novanta mentre oggi risplende grazie a 200.000 di euro per il restauro dell’intera struttura avvenuto per renderla fiore all’occhiello delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Senza considerare gli affanni della Reggia di Caserta, una delle delizie borboniche sta morendo senza che ci si renda conto che in quel sito nacque la favola della mozzarella di bufala cui fu dato forte impulso produttivo. Se un luogo simbolo per l’Italia viene abbandonato vuol dire che per la cultura italiana e del Sud nello specifico non c’è più spazio nel bagaglio delle prossime generazioni. Del resto uno spot in questi giorni parla di una cultura italiana che piace fatta di automobili.
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La Real Tenuta borbonica muore lentamente e silenziosamente nella totale indifferenza delle istituzioni, dal Ministero per i beni e le attività culturali alla Regione Campania, dal Consorzio generale di bonifica del basso Volturno alla Soprintendenza ai beni storici, artistici e culturali della provincia di Caserta. E anche dell’opinione pubblica ormai assuefatta al degrado avanzante su tutto il territorio.
La Reggia di Venaria Reale alle porte di Torino era nelle stesse condizioni negli anni Novanta mentre oggi risplende grazie a 200.000 di euro per il restauro dell’intera struttura avvenuto per renderla fiore all’occhiello delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Senza considerare gli affanni della Reggia di Caserta, una delle delizie borboniche sta morendo senza che ci si renda conto che in quel sito nacque la favola della mozzarella di bufala cui fu dato forte impulso produttivo. Se un luogo simbolo per l’Italia viene abbandonato vuol dire che per la cultura italiana e del Sud nello specifico non c’è più spazio nel bagaglio delle prossime generazioni. Del resto uno spot in questi giorni parla di una cultura italiana che piace fatta di automobili.
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venerdì 10 febbraio 2012
MATERA RIVUOLE IL SUO BRIGANTE.
Ucciso nel 1896 in Basilicata, il cadavere è introvabile. "Lombroso lo portò a Torino per studiarlo, ora ridatecelo"
PABLO TRINCIA
Chiunque avesse notizie dello scheletro del signor Eustachio Chita, detto Chitaridd, è cortesemente pregato di contattare i suoi discendenti a Matera. Al momento non è stata prevista alcuna ricompensa. Ma si potrebbe essere ricordati per aver risolto un curioso enigma che da ben 112 anni, quattro mesi e due settimane collega la città lucana a un piccolo museo di Torino.
L’oggetto dell’enigma è proprio lui, Chitaridd (o quel che ne rimane): uno dei più celebri briganti della Basilicata di fine Ottocento, ucciso nell’aprile 1896 nella grotta in cui era latitante, e successivamente portato nella città sabauda per essere analizzato e catalogato da Cesare Lombroso. Da allora di lui non si sa più nulla, se non che i suoi resti dovrebbero essere tuttora conservati nel museo che porta il nome del pioniere della criminologia.
Dovrebbero. Perché - in realtà - delle ossa del brigante non sembra esserci più traccia nonostante oggi un gruppo di pronipoti e attivisti da Matera insista per riaverle, e per restituire alla Basilicata, uno dei suoi briganti più rappresentativi.
Dalle parti del Sasso Caveoso, si trovano bancarelle che espongono magliette con la foto del brigante e attivisti pronti a raccontare con passione le vicissitudini.
Eustachio Chita nacque a Matera nel 1862 da una famiglia di pastori, ereditando il soprannome Chitaridd («piccolo Chita» in dialetto) a causa della bassa statura. Fin da piccolo seguì le orme del padre Michele, un uomo frustrato dalla vita e di indole violenta, capace in più di un’occasione di avventarsi sul figlio e di massacrarlo di botte con bastoni e pietre durante le lunghe camminate per seguire i pascoli.
Chitaridd fuggì molto presto di casa, rifugiandosi nelle campagne lucane, dove cominciò la sua vita di brigante. Gli furono attribuiti quattro omicidi, due tentativi di omicidio e diversi furti ed estorsioni ai danni degli abitanti dell’agro materano. Viene descritto come un tizio inaffidabile, poco socievole e religiosissimo, capace di passare da uno stato di allegria euforica a periodi di lunghi silenzi, ma che non aveva vizi etilici e non andava a donne.
L’ultimo rifugio
Braccato dalle autorità, il brigante si rifugiò in una delle grotte a ridosso della gravina di Murgecchia, dove rimase nascosto fino all’aprile del 1896, quando un giovane pastore scoprì per caso il suo rifugio e riferì la cosa a due cugini di Chitaridd, Paolo Francesco Falcone e Paolo Francesco Nicoletti, che gli tesero un’imboscata, uccidendolo con un colpo di scure in piena fronte.
Il rapporto dei carabinieri sostiene che nella grotta del brigante fu ritrovato un vero e proprio arsenale: «Un fucile a due canne a retrocarica, un fucile a una canna vecchio sistema, una pistola a due canne regolarmente manifatturata, una pistola a una canna vecchio sistema, un'altra pistola a due canne, un coltello lungo da macellaio, un coltello da pastore, una lima lunga senza manico, un coltello serra-manico, polvere pirica, palle di piombo, cartucce». E infine un pezzo di carta con una frase sgrammaticata scarabocchiata a matita, forse un «pizzino» con un messaggio in codice a un amico scritto durante la latitanza.
Un ghigno grottesco
Il viso barbuto di Chitaridd, aperto a metà dalla fenditura dell'ascia, conserva un ghigno grottesco. Qualcuno gli fa una foto (l’unica che lo ritrae). E a questo punto la storia si tinge di giallo: che fine fa il cadavere del brigante? L’unica traccia che rimane è uno scambio epistolare tra un certo dottor Raffaele Sarra di Matera e il personale dell’istituto di medicina legale di Torino diretto da Cesare Lombroso. Dalle lettere dell’aprile 1900 sembra che il corpo di Chitaridd abbia attraversato l’Italia per finire tra le mani dello studioso della fisiognomica, che misurava i crani dei criminali per dimostrare l’ereditarietà dei loro tratti anti-sociali.
Tuttavia gli archivisti del museo Lombroso sostengono di non avere trovato altro che qualche documento. Il professor Paolo Tappero, curatore del museo Lombroso, snocciola un breve elenco di reperti biologici: «Abbiamo alcuni encefali di alienati, anche se non dell’epoca, e poi scheletri e crani identificati e non. Ci sono un mucchio di crani appartenenti a briganti anonimi sardi. Ma di questo Chitaridd non risulta esserci nulla».
Il caso politico
Il grosso dei reperti, in effetti, è costituito da oggetti appartenuti a criminali, più che dai criminali stessi. Parte della documentazione che identificava crani e scheletri potrebbe essere andata perduta. Lo stesso Eustachio Chita a Torino risulta chiamarsi Chito, per un probabile errore di trascrizione dell’epoca. Oltretutto il museo è stato smantellato, in attesa del trasferimento al reparto di anatomia, dove dovrebbe riaprire l’anno prossimo.
Un particolare, tuttavia, potrebbe aiutare all’identificazione del teschio di Chitaridd, che presenta una profonda fenditura da colpo d’ascia sulla fronte.
«Dovrebbero cercare meglio», sostiene Michele Chita, 34 anni, discendente di Chitaridd. Da ragazzino lo sfottevano, sostenendo che fosse il pronipote di un brigante. Ma Michele ha trasformato la vergogna in orgoglio. Oggi, per mestiere, guida i turisti tra i sassi di Matera, e nel tempo libero, guida la campagna per la restituzione delle spoglie del suo antenato insieme ai ragazzi del Comitato spontaneo autogestito di Vico Solitario.
La loro petizione (cui è seguita persino un’interrogazione parlamentare) inviata al sindaco di Matera Nicola Buccico un anno fa non ha ottenuto risposte. «Il brigantaggio fa parte della nostra identità e non va visto solo in ottica negativa», continua Michele. «Chitaridd ha commesso degli sbagli, ma è anche un uomo che ha sofferto molto. Lo rivogliamo portare a casa».
L'anno scorso, dopo quasi un secolo, la Basilicata ha riavuto i resti di Giovanni Passannante, l’anarchico repubblicano incarcerato per l'attentato a re Umberto I e in seguito oggetto di studi del Lombroso. Ora aspettano le spoglie del brigante Chita, morto povero e incompreso.
PABLO TRINCIA
Chiunque avesse notizie dello scheletro del signor Eustachio Chita, detto Chitaridd, è cortesemente pregato di contattare i suoi discendenti a Matera. Al momento non è stata prevista alcuna ricompensa. Ma si potrebbe essere ricordati per aver risolto un curioso enigma che da ben 112 anni, quattro mesi e due settimane collega la città lucana a un piccolo museo di Torino.
L’oggetto dell’enigma è proprio lui, Chitaridd (o quel che ne rimane): uno dei più celebri briganti della Basilicata di fine Ottocento, ucciso nell’aprile 1896 nella grotta in cui era latitante, e successivamente portato nella città sabauda per essere analizzato e catalogato da Cesare Lombroso. Da allora di lui non si sa più nulla, se non che i suoi resti dovrebbero essere tuttora conservati nel museo che porta il nome del pioniere della criminologia.
Dovrebbero. Perché - in realtà - delle ossa del brigante non sembra esserci più traccia nonostante oggi un gruppo di pronipoti e attivisti da Matera insista per riaverle, e per restituire alla Basilicata, uno dei suoi briganti più rappresentativi.
Dalle parti del Sasso Caveoso, si trovano bancarelle che espongono magliette con la foto del brigante e attivisti pronti a raccontare con passione le vicissitudini.
Eustachio Chita nacque a Matera nel 1862 da una famiglia di pastori, ereditando il soprannome Chitaridd («piccolo Chita» in dialetto) a causa della bassa statura. Fin da piccolo seguì le orme del padre Michele, un uomo frustrato dalla vita e di indole violenta, capace in più di un’occasione di avventarsi sul figlio e di massacrarlo di botte con bastoni e pietre durante le lunghe camminate per seguire i pascoli.
Chitaridd fuggì molto presto di casa, rifugiandosi nelle campagne lucane, dove cominciò la sua vita di brigante. Gli furono attribuiti quattro omicidi, due tentativi di omicidio e diversi furti ed estorsioni ai danni degli abitanti dell’agro materano. Viene descritto come un tizio inaffidabile, poco socievole e religiosissimo, capace di passare da uno stato di allegria euforica a periodi di lunghi silenzi, ma che non aveva vizi etilici e non andava a donne.
L’ultimo rifugio
Braccato dalle autorità, il brigante si rifugiò in una delle grotte a ridosso della gravina di Murgecchia, dove rimase nascosto fino all’aprile del 1896, quando un giovane pastore scoprì per caso il suo rifugio e riferì la cosa a due cugini di Chitaridd, Paolo Francesco Falcone e Paolo Francesco Nicoletti, che gli tesero un’imboscata, uccidendolo con un colpo di scure in piena fronte.
Il rapporto dei carabinieri sostiene che nella grotta del brigante fu ritrovato un vero e proprio arsenale: «Un fucile a due canne a retrocarica, un fucile a una canna vecchio sistema, una pistola a due canne regolarmente manifatturata, una pistola a una canna vecchio sistema, un'altra pistola a due canne, un coltello lungo da macellaio, un coltello da pastore, una lima lunga senza manico, un coltello serra-manico, polvere pirica, palle di piombo, cartucce». E infine un pezzo di carta con una frase sgrammaticata scarabocchiata a matita, forse un «pizzino» con un messaggio in codice a un amico scritto durante la latitanza.
Un ghigno grottesco
Il viso barbuto di Chitaridd, aperto a metà dalla fenditura dell'ascia, conserva un ghigno grottesco. Qualcuno gli fa una foto (l’unica che lo ritrae). E a questo punto la storia si tinge di giallo: che fine fa il cadavere del brigante? L’unica traccia che rimane è uno scambio epistolare tra un certo dottor Raffaele Sarra di Matera e il personale dell’istituto di medicina legale di Torino diretto da Cesare Lombroso. Dalle lettere dell’aprile 1900 sembra che il corpo di Chitaridd abbia attraversato l’Italia per finire tra le mani dello studioso della fisiognomica, che misurava i crani dei criminali per dimostrare l’ereditarietà dei loro tratti anti-sociali.
Tuttavia gli archivisti del museo Lombroso sostengono di non avere trovato altro che qualche documento. Il professor Paolo Tappero, curatore del museo Lombroso, snocciola un breve elenco di reperti biologici: «Abbiamo alcuni encefali di alienati, anche se non dell’epoca, e poi scheletri e crani identificati e non. Ci sono un mucchio di crani appartenenti a briganti anonimi sardi. Ma di questo Chitaridd non risulta esserci nulla».
Il caso politico
Il grosso dei reperti, in effetti, è costituito da oggetti appartenuti a criminali, più che dai criminali stessi. Parte della documentazione che identificava crani e scheletri potrebbe essere andata perduta. Lo stesso Eustachio Chita a Torino risulta chiamarsi Chito, per un probabile errore di trascrizione dell’epoca. Oltretutto il museo è stato smantellato, in attesa del trasferimento al reparto di anatomia, dove dovrebbe riaprire l’anno prossimo.
Un particolare, tuttavia, potrebbe aiutare all’identificazione del teschio di Chitaridd, che presenta una profonda fenditura da colpo d’ascia sulla fronte.
«Dovrebbero cercare meglio», sostiene Michele Chita, 34 anni, discendente di Chitaridd. Da ragazzino lo sfottevano, sostenendo che fosse il pronipote di un brigante. Ma Michele ha trasformato la vergogna in orgoglio. Oggi, per mestiere, guida i turisti tra i sassi di Matera, e nel tempo libero, guida la campagna per la restituzione delle spoglie del suo antenato insieme ai ragazzi del Comitato spontaneo autogestito di Vico Solitario.
La loro petizione (cui è seguita persino un’interrogazione parlamentare) inviata al sindaco di Matera Nicola Buccico un anno fa non ha ottenuto risposte. «Il brigantaggio fa parte della nostra identità e non va visto solo in ottica negativa», continua Michele. «Chitaridd ha commesso degli sbagli, ma è anche un uomo che ha sofferto molto. Lo rivogliamo portare a casa».
L'anno scorso, dopo quasi un secolo, la Basilicata ha riavuto i resti di Giovanni Passannante, l’anarchico repubblicano incarcerato per l'attentato a re Umberto I e in seguito oggetto di studi del Lombroso. Ora aspettano le spoglie del brigante Chita, morto povero e incompreso.
Proroga quote latte, indagine Ue
Italia sospettata di aiuti di Stato
La Commissione ha aperto una procedura di indagine formale nei confronti dell'Italia: nel mirino il rinvio di 6 mesi delle sanzioni, inserito nel "Milleproroghe" dello scorso anno. Nel 2010, la Commissione aveva richiesto chiarimenti anche in merito al primo rinvio. "Se risulterà contrario alla legislazione europea - disse un portavoce - adotteremo le misure necessarie"
Lo leggo dopo
BRUXELLES - La Commissione europea ha aperto nei confronti dell'Italia una procedura di indagine formale sugli aiuti di stato, invitandola a fornire informazioni in relazione alla proroga di 6 mesi al 30 giugno 2011, del pagamento della rata delle multe sul latte in scadenza al 31 dicembre 2010. La proroga viene considerata dalla Commissione come un aiuto di Stato incompatibile con i trattati europei. L'Italia ha un mese per rispondere a Bruxelles, presentando "le proprie osservazioni" e fornire chiarimenti.
La proroga al 30 giugno 2011 del pagamento delle multe per gli allevatori che avevano superato i limiti di produzione imposti a livello comunitario era stata inserita nel decreto Milleproroghe approvato il 25 febbraio 2011 durante una seduta infuocata 1 e preceduto da un voto di fiducia. Poco dopo l'approvazione, a fine febbraio la Commissione europea aveva inviato al governo italiano una lettera in cui si chiedevano chiarimenti sul rinvio. Lo slittamento del pagamento delle rate sulle quote latte era stato molto criticato da Confagricoltura. "Uno schiaffo ai produttori onesti" lo definì l'associazione, che denunciò la "blindatura della fiducia" per far passare con il Milleproroghe un provvedimento "iniquo".
Nell'ottobre del 2010, l'organismo Ue aveva scritto all'Italia per avere chiarimenti anche sulla prima proroga, che aveva fatto slittare i pagamenti al 31 dicembre 2010. La risposta di Roma arrivò in ritardo, il 3 febbraio 2011, con dieci documenti di spiegazione "molto lunghi". "E' chiaro che se questi provvedimenti risultassero essere contrari alla legislazione europea - avvertì all'epoca un portavoce del commissario Ue all'agricoltura - , prenderemo le misure necessarie". Ovvero, l'apertura della procedura d'indagine, puntualmente scattata un anno dopo.
La Commissione ha aperto una procedura di indagine formale nei confronti dell'Italia: nel mirino il rinvio di 6 mesi delle sanzioni, inserito nel "Milleproroghe" dello scorso anno. Nel 2010, la Commissione aveva richiesto chiarimenti anche in merito al primo rinvio. "Se risulterà contrario alla legislazione europea - disse un portavoce - adotteremo le misure necessarie"
Lo leggo dopo
BRUXELLES - La Commissione europea ha aperto nei confronti dell'Italia una procedura di indagine formale sugli aiuti di stato, invitandola a fornire informazioni in relazione alla proroga di 6 mesi al 30 giugno 2011, del pagamento della rata delle multe sul latte in scadenza al 31 dicembre 2010. La proroga viene considerata dalla Commissione come un aiuto di Stato incompatibile con i trattati europei. L'Italia ha un mese per rispondere a Bruxelles, presentando "le proprie osservazioni" e fornire chiarimenti.
La proroga al 30 giugno 2011 del pagamento delle multe per gli allevatori che avevano superato i limiti di produzione imposti a livello comunitario era stata inserita nel decreto Milleproroghe approvato il 25 febbraio 2011 durante una seduta infuocata 1 e preceduto da un voto di fiducia. Poco dopo l'approvazione, a fine febbraio la Commissione europea aveva inviato al governo italiano una lettera in cui si chiedevano chiarimenti sul rinvio. Lo slittamento del pagamento delle rate sulle quote latte era stato molto criticato da Confagricoltura. "Uno schiaffo ai produttori onesti" lo definì l'associazione, che denunciò la "blindatura della fiducia" per far passare con il Milleproroghe un provvedimento "iniquo".
Nell'ottobre del 2010, l'organismo Ue aveva scritto all'Italia per avere chiarimenti anche sulla prima proroga, che aveva fatto slittare i pagamenti al 31 dicembre 2010. La risposta di Roma arrivò in ritardo, il 3 febbraio 2011, con dieci documenti di spiegazione "molto lunghi". "E' chiaro che se questi provvedimenti risultassero essere contrari alla legislazione europea - avvertì all'epoca un portavoce del commissario Ue all'agricoltura - , prenderemo le misure necessarie". Ovvero, l'apertura della procedura d'indagine, puntualmente scattata un anno dopo.
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