Dai piemontesi alla Lega Nord, un'invasione di figli di Trota.
Visualizzazione post con etichetta Regno delle Due Sicilie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Regno delle Due Sicilie. Mostra tutti i post
lunedì 12 marzo 2012
Non si celebra la propria schiavitù - Mala Unità.
Etichette:
Regno delle Due Sicilie
venerdì 9 marzo 2012
Napoli, un grande regno che finì suicida
La Stampa di Torino tenta, per una volta, di scrivere bene della storia di Napoli, ma lo fa in maniera farsesca - sbagliando persino le date: la rivoluzione partenopea è del 1799 - sostenendo che fu "addirittura più avanti di Torino". Spiace dover rispondere che Napoli fu più avanti nel mondo non solo rispetto a Torino, laddove quest'ultima rimane periferia del mondo, mentre Napoli è stata e sarà sempre capitale e punto di riferimento assoluto. Torino va comparata con realtà del suo livello, non con Napoli, ovvero una delle grandi civiltà della storia. Per farla breve significa che NOI SIAMO NOI E VOI NON SIETE UN CAZZO!
In un libro di Gianni Oliva la "storia negata" dei Borbone: al tempo dei Lumi il loro Stato era più avanti di tutti nel mondo.
"La storia dal punto di vista dei vincitori è sempre arrogante, quella dal punto di vista dei vinti è rancorosa»: così Gianni Oliva, storico dei Savoia e degli Alpini, ma anche fra i primi a indagare senza complessi la tragedia delle foibe quando non era considerato affatto opportuno parlarne, lancia una provocazione che ha per titolo Un regno che è stato grande , in libreria da oggi per Mondadori. È un libro dedicato al Regno della due Sicilie, alla «storia negata dei Borboni», che ne ricostruisce la vicenda dal 1734, quando le «ardite combinazioni della diplomazia europea» fanno sì che Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V e della seconda moglie Elisabetta Farnese si ritrovi a capo di un regno nuovo di zecca, fino ovviamente al 14 febbraio 1861, quando Francesco II e la regina Maria Sofia abbandonano Gaeta - assai poco rimpianti - su un piroscafo francese che li porterà nello Stato Pontificio.
Non è un libro «revisionista», nel solco di quella pubblicistica cosiddetta neoborbonica che l’anno scorso ha avuto un certo successo dipingendo un Meridione avanzato, ricco, prospero, una sorta di Paese del bengodi saccheggiato dal Nord e ridotto in una situazione di sfruttamento, povertà, disordine sociale. Oliva, semplicemente, riparte dai dati di fatto, e da opere non certo inclini alla propaganda come la Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce. Ne esce un quadro tra luci e ombre, dove però alcuni aspetti essenziali vengono rimessi a fuoco al di là di una certa «vulgata» nordista: per esempio, la grande stagione che nel Settecento fece di Napoli una metropoli internazionale, e del regno addirittura una speranza per i primi intellettuali che sognavano un’Italia unita.
Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia fino al 1759 (poi di Spagna fino alla morte), e il figlio Ferdinando I sembrano anzi realizzare un sogno. Fanno del Mezzogiorno uno Stato autonomo, e non solo una sorta di colonia spagnola; avviano riforme ambiziose (riescono persino, almeno in parte, a far pagare le tasse alla Chiesa), contrastano con qualche efficacia i privilegi e gli arbitri baronali, rimodernano il gioiello di Palazzo Reale a Napoli, creano la reggia di Caserta e il teatro San Carlo, scavano a Pompei e Ercolano, radunano intorno a sé una élite intellettuale di primissimo ordine, potenziano l’Università. Tanto che già nel 1736 il piemontese Alberto Radicati di Passerano si rivolge a Carlo invitandolo «a compiere quel che a Torino non si era stati capaci di fare».
La Napoli dell’Illuminismo, come sottolinea Oliva, è indubbiamente più avanti di Torino. È una delle città più importanti d’Europa, ricca e cosmopolita. Politicamente conta poco - anche se nel 1744, durante la guerra di successione austriaca, il neonato esercito borbonico riesce a bloccare le truppe imperiali a Velletri: ed è forse l’unica vittoria sul campo in tutta la storia del Regno -; culturalmente vive una grande stagione, se pure, sul piano amministrativo, le riforme non arrivano a compimento. In certi casi sono troppo ambiziose: per esempio fallisce miseramente, per la rivolta delle gerarchie ecclesiastiche e l’ostilità della popolazione, un coraggioso tentativo di accogliere gli ebrei, stimolandone l’immigrazione per rendere più dinamica l’economia.
Alla fine la modernizzazione resta monca, e non sono sufficienti le prime ferrovie o le strade, o il miglioramento dei porti. Il Regno delle due Sicilie paga così lo scotto quando arrivano i venti della Rivoluzione; la feroce repressione della Repubblica partenopea, nel 1790, decapita - con inusuale ferocia - un’intera classe dirigente, e non basterà il periodo di parziale rinascita dopo il Congresso di Vienna per rimediare a quella che Oliva definisce una «frattura drammatica» che il Nord non ha conosciuto. I primi rintocchi delle campane a morto suoneranno nel 1848, quando Ferdinando II, ancora una volta, non saprà confrontarsi con le rivolte liberali se non usando la dissimulazione e la forca; e proprio l’isolazionismo ora davvero «borbonico» finirà per spingere il pendolo internazionale in favore di Vittorio Emanuele e Garibaldi.
Un regno che è stato grande finisce suicida? «Diciamo che perde la sfida del ‘48», risponde Oliva, «perché si trova ad aver svuotato l’alleanza sociale che aveva reso possibile il riformismo. È proprio a questo punto che scatta il «sorpasso» definitivo e irrimediabile. La storia si farà a Torino. Ciò non toglie che quella di Napoli - e di Palermo - abbia avuto la sua grandezza. «Sicuramente il Nord era più avanti, ma non è che il Sud fosse totalmente privo di una classe media, e neanche di investimenti», conclude Oliva. È questo il senso del suo libro? «La conclusione è che al Sud dobbiamo riconoscere qualcosa. Perché quando è nata l’Italia come Stato unitario, anziché valorizzare il meglio del Mezzogiorno, ci siamo rivolti al peggio». Ma questa è già un altro libro. Forse il prossimo.
Autore: Gianni Oliva
Titolo: Un regno che è stato grande
Edizioni: Mondadori
Pagine: 227
Prezzo: 20 euro
In un libro di Gianni Oliva la "storia negata" dei Borbone: al tempo dei Lumi il loro Stato era più avanti di tutti nel mondo.
"La storia dal punto di vista dei vincitori è sempre arrogante, quella dal punto di vista dei vinti è rancorosa»: così Gianni Oliva, storico dei Savoia e degli Alpini, ma anche fra i primi a indagare senza complessi la tragedia delle foibe quando non era considerato affatto opportuno parlarne, lancia una provocazione che ha per titolo Un regno che è stato grande , in libreria da oggi per Mondadori. È un libro dedicato al Regno della due Sicilie, alla «storia negata dei Borboni», che ne ricostruisce la vicenda dal 1734, quando le «ardite combinazioni della diplomazia europea» fanno sì che Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V e della seconda moglie Elisabetta Farnese si ritrovi a capo di un regno nuovo di zecca, fino ovviamente al 14 febbraio 1861, quando Francesco II e la regina Maria Sofia abbandonano Gaeta - assai poco rimpianti - su un piroscafo francese che li porterà nello Stato Pontificio.
Non è un libro «revisionista», nel solco di quella pubblicistica cosiddetta neoborbonica che l’anno scorso ha avuto un certo successo dipingendo un Meridione avanzato, ricco, prospero, una sorta di Paese del bengodi saccheggiato dal Nord e ridotto in una situazione di sfruttamento, povertà, disordine sociale. Oliva, semplicemente, riparte dai dati di fatto, e da opere non certo inclini alla propaganda come la Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce. Ne esce un quadro tra luci e ombre, dove però alcuni aspetti essenziali vengono rimessi a fuoco al di là di una certa «vulgata» nordista: per esempio, la grande stagione che nel Settecento fece di Napoli una metropoli internazionale, e del regno addirittura una speranza per i primi intellettuali che sognavano un’Italia unita.
Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia fino al 1759 (poi di Spagna fino alla morte), e il figlio Ferdinando I sembrano anzi realizzare un sogno. Fanno del Mezzogiorno uno Stato autonomo, e non solo una sorta di colonia spagnola; avviano riforme ambiziose (riescono persino, almeno in parte, a far pagare le tasse alla Chiesa), contrastano con qualche efficacia i privilegi e gli arbitri baronali, rimodernano il gioiello di Palazzo Reale a Napoli, creano la reggia di Caserta e il teatro San Carlo, scavano a Pompei e Ercolano, radunano intorno a sé una élite intellettuale di primissimo ordine, potenziano l’Università. Tanto che già nel 1736 il piemontese Alberto Radicati di Passerano si rivolge a Carlo invitandolo «a compiere quel che a Torino non si era stati capaci di fare».
La Napoli dell’Illuminismo, come sottolinea Oliva, è indubbiamente più avanti di Torino. È una delle città più importanti d’Europa, ricca e cosmopolita. Politicamente conta poco - anche se nel 1744, durante la guerra di successione austriaca, il neonato esercito borbonico riesce a bloccare le truppe imperiali a Velletri: ed è forse l’unica vittoria sul campo in tutta la storia del Regno -; culturalmente vive una grande stagione, se pure, sul piano amministrativo, le riforme non arrivano a compimento. In certi casi sono troppo ambiziose: per esempio fallisce miseramente, per la rivolta delle gerarchie ecclesiastiche e l’ostilità della popolazione, un coraggioso tentativo di accogliere gli ebrei, stimolandone l’immigrazione per rendere più dinamica l’economia.
Alla fine la modernizzazione resta monca, e non sono sufficienti le prime ferrovie o le strade, o il miglioramento dei porti. Il Regno delle due Sicilie paga così lo scotto quando arrivano i venti della Rivoluzione; la feroce repressione della Repubblica partenopea, nel 1790, decapita - con inusuale ferocia - un’intera classe dirigente, e non basterà il periodo di parziale rinascita dopo il Congresso di Vienna per rimediare a quella che Oliva definisce una «frattura drammatica» che il Nord non ha conosciuto. I primi rintocchi delle campane a morto suoneranno nel 1848, quando Ferdinando II, ancora una volta, non saprà confrontarsi con le rivolte liberali se non usando la dissimulazione e la forca; e proprio l’isolazionismo ora davvero «borbonico» finirà per spingere il pendolo internazionale in favore di Vittorio Emanuele e Garibaldi.
Un regno che è stato grande finisce suicida? «Diciamo che perde la sfida del ‘48», risponde Oliva, «perché si trova ad aver svuotato l’alleanza sociale che aveva reso possibile il riformismo. È proprio a questo punto che scatta il «sorpasso» definitivo e irrimediabile. La storia si farà a Torino. Ciò non toglie che quella di Napoli - e di Palermo - abbia avuto la sua grandezza. «Sicuramente il Nord era più avanti, ma non è che il Sud fosse totalmente privo di una classe media, e neanche di investimenti», conclude Oliva. È questo il senso del suo libro? «La conclusione è che al Sud dobbiamo riconoscere qualcosa. Perché quando è nata l’Italia come Stato unitario, anziché valorizzare il meglio del Mezzogiorno, ci siamo rivolti al peggio». Ma questa è già un altro libro. Forse il prossimo.
Autore: Gianni Oliva
Titolo: Un regno che è stato grande
Edizioni: Mondadori
Pagine: 227
Prezzo: 20 euro
Etichette:
Regno delle Due Sicilie
Il Regno delle Due Sicilie e le donne.
Nel 1789, la comunità di San Leucio, destinata a fare scuola, è l'unico posto in Europa in cui tutti gli uomini, di entrambi i generi, o meglio tutti coloro che appartengono a un unico genere, quello umano, hanno pari e identici diritti e doveri. Le femmine lavorano e hanno diritto all'istruzione, pubblica e gratuita, al pari dei maschi. Le prime forme di democrazia sono aperte a entrambi i sessi. Questo grazie alla volontà di re Ferdinando IV di Borbone - Napoli e di Maria Carolina d'Asburgo - Lorena, sua consorte, i sovrani più illuminati del mondo (questo il motivo reale per cui risulteranno invisi a quei liberali degli ambienti borghesi che simularono rivoluzioni di popolo). Il femminismo non è necessario: il codice leuciano non solo prevede che la famiglia non possa metter bocca sulla vita sessuale delle figlie, ma che la scelta del marito spetti unicamente a queste ultime.
Amedeo Francesco Mosca.
Amedeo Francesco Mosca.
Etichette:
donne,
Regno delle Due Sicilie
domenica 29 gennaio 2012
Liberatori risorgimentali
In Calabria - a Mongiana - c'era il polo siderurgico più grande d'Europa, in tutto il regno delle Due Sicilie lavoravano nell'industria più donne che nel resto del mondo, fummo il primo stato a istituire la pensione per i pubblici dipendenti e, mentre altrove proliferavano i piccoli Charles Dickens sfruttati 16 ore al giorno, da noi non esisteva il lavoro minorile e si lavorava 48 ore a settimana.
Etichette:
Regno delle Due Sicilie
Iscriviti a:
Post (Atom)
